
All'uscita dalla Biennale mi sono trovato di fronte un monolite rosso e un istinto di violenza mi ha pervaso.
Forse è un problema personale ma non riesco più a trovare quasi nulla in queste rassegne di arte contemporanea di veramente emozionante; per alcune opere è una questione di linguaggio, me ne rendo conto, ad esempio in generale non sopporto i video, anche se una delle cose che mi sono piaciute in questa edizione è proprio un video (quando si dice essere coerenti), per altre è una questione di sostanza, nel senso che mi pare non ci sia.
Vi dirò molto brevemente delle cose che mi sono piaciute e di quelle che non mi sono piaciute, tutte quelle che non cito mi sono state indifferenti e non ne parlerò.
Partiamo dal Padiglione Italia, quello che, insieme all'Arsenale, è interamente gestito dal curatore,
Robert Storr, e che quindi ne dichiara le
intenzioni.
Visto che ne scrivo dopo circa due mesi dalla mia visita, per comodità seguo un elenco degli artisti in ordine alfabetico e spero che la cosa non risulti noiosa:
Ignasi Aballì (Spagna, 1958)
Due pareti con scritte molto fitte in colonna di stragi, desaparecidos e altri avvenimenti drammatici tradotti in statistiche. Il significato politico però non riscatta un’opera in se banalissima.
Giovanni Anselmo (Italia, 1943)
Una ventina circa di blocchi di granito grigio che, secondo l’artista, salendoci permettono l’avvicinamento “di una spanna verso le stelle”. Mi verrebbe voglia di organizzare un V-Day per gli artisti.
Louise Bourgeois (Francia 1911)
Opera non all’altezza dell’autrice, una parete con molti foglietti riempiti con un fitto reticolo blu e qualche segno rosso: boh.
Daniel Buren (Francia, 1938)
Un’opera tanto insulsa quanto esteticamente brutta.
In mezzo al prato una pedana rotonda e quattro pilastrini che sorreggono una tettoia, rotonda anch’essa ma leggermente inclinata, di vetri colorati. Di che colori? Giallo, blu, rosso e verde. Orribile.
Raoul De Keyser (Belgio, 1930)
Piccoli quadri astratti ma di un astrattismo povero e non virtusistico e intriganti per la loro enigmaticità: interessante.
Shaun Gladwell (Australia, 1972)
Questo è il video che mi è piaciuto: un ragazzo fa evoluzioni con il suo skateboard su un molo e sullo sfondo c’é l’oceano in burrasca. Senza sonoro e leggermente rallentato il video trasforma la danza ripetitiva dello skater in una visione poetica e ipnotica.
Felix Gonzales-Torres (Cuba, 1957- Stati Uniti, 1996)
L’opera consiste in una tenda di perline all’entrata di una stanza e una coppia di specchi sulla parete opposta. Quando l’ho vista mi son detto: “ vabbè, passiamo oltre”, poi a casa mi sono informato e mi accorgo che è lo stesso artista che rappresenta il padiglione degli Stati Uniti, e leggo: “le sue opere sono fortemente legate alla transitorietà e alla fragilità dell’esistenza; nel Padiglione Italia, l’artista cubano morto per Aids è rappresentato da altri simboli della Vanitas (il doppio specchio) e della malattia, come la tenda in perline di colori diversi ma tutti riferiti ai fluidi del corpo umano”…
Un bel V-Day anche per lui!
Ellsworth Kelly (Usa, 1923)
Un irritante astrattismo geometrico che nasconde (ma neanche tanto) il nulla.
Martin Kippenberger (Germania, 1953-1997)
A me piace, non so a voi.
Bruce Nauman (Usa, 1941)
Brutto.
Gerhard Richter (Gemania,1932)
Stupendo!
Lawrence Weiner (Usa, 1942)
Che palle le scritte sui muri.
Questo era solo il Padiglione Italia e ne ho saltati parecchi, mancano ancora tutti i padiglioni internazionali e l'Arsenale.
(continua)