07 luglio, 2006

Er ricordo




















Er giorno che impiccorno Gammardella (1)
io m'ero propio allora accresimato.
Me pare mò, ch'er zàntolo (2) a mercato
4 me pagò un zartapicchio (3) e 'na ciammella. (4)

Mi' padre pijò poi la carrettella, (5)
ma prima vorze gode l'impiccato:
e me teneva in arto inarberato
dicenno: "Va' la forca quant'è bella!"

Tutt'a un tempo (6) ar pazziente maestro Titta (7)
j'appoggiò un carcio in culo, e tata (8) a mene (9)
un schiaffone a la guancia de mandritta.

"Pija," me disse, "e aricordete bene
che sta fine medema ce sta scritta
pe mill'antri che sò mejo de tene".

Giuseppe Gioacchino Belli
Terni, 29 settembre 1830
(illustrazione di roberto la forgia)

1. Gammardella: Antonio Camardella. 2. er zàntolo: il padrino. 3. zartapicchio: giocattolo che salta per mezzo di elastici. 4. ciammella: ciambella. 5. carrettella: carrozzella. 6. tutt'a un tempo: nello stesso istante. 7. Mastro Titta: nome di famoso boia di Roma, dato per estensione a tutti i carnefici. 8. tata: papà. 9. mene: me.

2 commenti:

Pasquale La Forgia ha detto...

splendido!
forse qualcuno ricorderà il modo in cui Monicelli parafrasò questi versi in immagini nel Marchese del Grillo, in cui un roccioso e stranito Alberto Sordi molla una sberla da manuale alla sua giovane amante francese che ride davanti a una decapitazione.
a futura memoria.

Anonimo ha detto...

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