08 ottobre, 2007

2007 Odissea nello strazio

All'uscita dalla Biennale mi sono trovato di fronte un monolite rosso e un istinto di violenza mi ha pervaso.
Forse è un problema personale ma non riesco più a trovare quasi nulla in queste rassegne di arte contemporanea di veramente emozionante; per alcune opere è una questione di linguaggio, me ne rendo conto, ad esempio in generale non sopporto i video, anche se una delle cose che mi sono piaciute in questa edizione è proprio un video (quando si dice essere coerenti), per altre è una questione di sostanza, nel senso che mi pare non ci sia.
Vi dirò molto brevemente delle cose che mi sono piaciute e di quelle che non mi sono piaciute, tutte quelle che non cito mi sono state indifferenti e non ne parlerò.
Partiamo dal Padiglione Italia, quello che, insieme all'Arsenale, è interamente gestito dal curatore, Robert Storr, e che quindi ne dichiara le intenzioni.
Visto che ne scrivo dopo circa due mesi dalla mia visita, per comodità seguo un elenco degli artisti in ordine alfabetico e spero che la cosa non risulti noiosa:

Ignasi Aballì (Spagna, 1958)
Due pareti con scritte molto fitte in colonna di stragi, desaparecidos e altri avvenimenti drammatici tradotti in statistiche. Il significato politico però non riscatta un’opera in se banalissima.

Giovanni Anselmo (Italia, 1943)
Una ventina circa di blocchi di granito grigio che, secondo l’artista, salendoci permettono l’avvicinamento “di una spanna verso le stelle”. Mi verrebbe voglia di organizzare un V-Day per gli artisti.

Louise Bourgeois (Francia 1911)
Opera non all’altezza dell’autrice, una parete con molti foglietti riempiti con un fitto reticolo blu e qualche segno rosso: boh.

Daniel Buren (Francia, 1938)
Un’opera tanto insulsa quanto esteticamente brutta.
In mezzo al prato una pedana rotonda e quattro pilastrini che sorreggono una tettoia, rotonda anch’essa ma leggermente inclinata, di vetri colorati. Di che colori? Giallo, blu, rosso e verde. Orribile.

Raoul De Keyser (Belgio, 1930)
Piccoli quadri astratti ma di un astrattismo povero e non virtusistico e intriganti per la loro enigmaticità: interessante.

Shaun Gladwell (Australia, 1972)
Questo è il video che mi è piaciuto: un ragazzo fa evoluzioni con il suo skateboard su un molo e sullo sfondo c’é l’oceano in burrasca. Senza sonoro e leggermente rallentato il video trasforma la danza ripetitiva dello skater in una visione poetica e ipnotica.

Felix Gonzales-Torres (Cuba, 1957- Stati Uniti, 1996)
L’opera consiste in una tenda di perline all’entrata di una stanza e una coppia di specchi sulla parete opposta. Quando l’ho vista mi son detto: “ vabbè, passiamo oltre”, poi a casa mi sono informato e mi accorgo che è lo stesso artista che rappresenta il padiglione degli Stati Uniti, e leggo: “le sue opere sono fortemente legate alla transitorietà e alla fragilità dell’esistenza; nel Padiglione Italia, l’artista cubano morto per Aids è rappresentato da altri simboli della Vanitas (il doppio specchio) e della malattia, come la tenda in perline di colori diversi ma tutti riferiti ai fluidi del corpo umano”…
Un bel V-Day anche per lui!

Ellsworth Kelly (Usa, 1923)
Un irritante astrattismo geometrico che nasconde (ma neanche tanto) il nulla.

Martin Kippenberger (Germania, 1953-1997)
A me piace, non so a voi.

Bruce Nauman (Usa, 1941)
Brutto.

Gerhard Richter (Gemania,1932)
Stupendo!

Lawrence Weiner (Usa, 1942)
Che palle le scritte sui muri.

Questo era solo il Padiglione Italia e ne ho saltati parecchi, mancano ancora tutti i padiglioni internazionali e l'Arsenale.

(continua)

8 commenti:

Pasquale La Forgia ha detto...

carissimo,
che ti piacesse kippenberger non c'erano dubbi!
molto interessante, attendo il seguito. intanto stasera vado qui.
ciao,
pasquale

Frans Van der Groov ha detto...

Anche il tuo programma di serata è interessante,Lynch si dimostra un artista della visione a tutto tondo.

Anonimo ha detto...

Carissimi entrambi.
A parte una forte attesa per le impressioni di Pasquale sulla mostra di Lynch, condivido con Frans un certo scoramento di fronte a questo luna park kitch per adulti e comitive in gita che stà diventando sempre più il carattere della Biennale (non è che a palazzo Grassi le cose vadano proprio meglio)... ho visto solamente le corderie e anche li imperversano un'attitudine semi-ludica a sorprendere o stupire/scandalizzare che strappa al massimo un mezzo sorriso, una tendenza all'artigianato artistico, nell'ambito del festival del trito e ritrito, se non del gratuito.
Non sono un appassionato del "mondo dell'arte" (che nella traduzione fisica in "addetti al settore" mi infastidisce abbastanza), ma mi chiedo: è un problema dei curatori, della critica, di galleristi rincitrulliti o veramente nessuno riesce più a dire cose potenti?
Foodstockhavolgiadilavorarestamattina.

andrea barbieri ha detto...

Kippenberger è un artista immenso.

Secondo me da un bel po' è ora di capire che cosa si fa nell'arte contemporanea, e dato che la critica è inesistente, per una specie di rivoluzione, la competenza passa al pubblico, a noi.
Eh, che dire nello specifico. Per esempio sulla trovata di Anselmo mi viene da pensare che cose del genere le faceva Piero Manzoni, solo che a lui venivano bene. Mi viene in mente lo 'Zoccolo del mondo' una scultura che lasciò in Danimarca, in mezzo a un parco, perché là e non in Italia trovò un mecenate. Lo zoccolo del mondo è un grande barattolo che contiene la linea più lunga che Manzoni abbia mai tracciato (sapete no che tracciava linee e le inscatolava...) 7200 metri. La scritta 'Zoccolo del mondo' in francese mi pare è visibile e rovesciata, quindi la sua opera è un racconto, è il racconto di come il mondo si appoggi a quel barattolo, che in 'in verità' è appunto uno zoccolo. Questo tipo di racconto mi pare possedere la poesia di un mito antico, e in qualche modo arriva allo spettatore, che in questo caso è una persona che cammina in mezzo alla natura.
Non è un modo di fare arte futile, lo è soltanto se un artista non ha un mondo poetico potente che preme per uscire in quel modo, allestendo accrocchi di oggetti, mescolandoli con le parole e coi concetti. Manzoni ci riusciva, evidentemente Anselmo no. Oggi poi bisognerebbe tentare altri linguaggi. Anche questo è curioso, l'arte contemporanea si è rinnovata ben poco. Per esempio ancora oggi abbiamo il pop.

andrea barbieri ha detto...

http://www.orbit.zkm.de/?q=node/6

Lo ricordavo cilindrico, invece è un cubo. Comunque è sopra, 'Socle du monde' 1961, ferro e bronzo, 82x100x100cm, Herning, Danimarca.

andrea barbieri ha detto...

Terza puntata di quello che si può definire il Ciclo della degenerazione della mia mente. Essa mente ha fuso due opere di Manzoni, la linea lunga 7200 metri, racchiusa effettivamente in un contenitore cilindrici inizialmente interrato (il suindicato barattolo); Socle du monde, parallelepipedo pesantissimo e da sempre collocato su un prato (il suindicato cubo).

Già che c'ero potevo dire che Piero Manzoni aveva scritto I promessi sposi, aveva chiuso il dattiloscritto in una piramide egizia, e da lì era ripartito per Cuba.

andrea barbieri ha detto...

a Cuba ovviamente per incontrare il giovane Italo Calvino...

Frans Van der Groov ha detto...

Ma no, dillo che era un abile trucco per smascherare la nostra ignoranza, infatti non ce ne eravamo accorti.