Visualizzazione post con etichetta visti per voi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta visti per voi. Mostra tutti i post

11 novembre, 2010

Scott Pilgrim vs. The World

Un ottimo film. Semplice ed emozionante. E non lo dico perché questa roba mi ha fatto pensare alla mia adolescenza da videogiocatore rockettaro. Del resto non sono mai stato un grande appassionato di videogame e ancora oggi la musica dal vivo mi annoia (quasi sempre) a morte. E' vero che partivo con due pregiudizi positivi: il fumetto da cui il film è tratto è un'opera di grande interesse e alla macchina da presa c'è un professionista come pochi. Avere in locandina il nome di Edgar Wright è più che sufficiente per convincermi: Hot Fuzz e Shaun of the Dead sono e restano dei film più che buoni, ma stavolta il regista inglese ha trovato la sua storia, i soldi per realizzarla come meglio non avrebbe potuto e il cast (perfetto) per metterla in scena.
Mentre attendiamo fiduciosi il crollo dell'Occidente, abbiamo qualcosa di buono da guardare.

Ps: Ovviamente, da vedere in lingua originale. Come sempre.
Pps: I video del making of meritano una guardata. Almeno questo.

04 novembre, 2009

Visti per voi (ché il finesettimana è lungo)

Up
di Pete Docter e Bob Peterson

Con la Pixar non c'è più gusto. Ti bastano due minuti di trailer per capire che c'è un capolavoro in arrivo. A volte le aspettative sono leggermente deluse (Wall-E), a volte abbondantemente superate (Monsters & Co.). Stavolta il film è esattamente quello che ti aspetti. Ormai la Pixar è l'unica grande casa di animazione occidentale a usare il mezzo del cartone per quello che è. La Dreamworks - sua diretta concorrente - lavora in un'opposta direzione. Nelle sue mani il cartone animato si riduce sempre più agli schemi del peggior cinema per famiglie: trame piattissime, comicità piena di riferimenti all'attualità più becerona, parodie di blockbusters ancora in cartellone (i tre Shrek ne sono pieni).
In un film Pixar non troverete mai niente di tutto questo. Loro lavorano per produrre i classici di domani. Infatti Up ci regala una storia molto fantasiosa, che non perde tempo in spiegazioni e va dritta al cuore nel più schietto dei modi. Certo, non siamo ancora ai livelli dell'animazione orientale, dove capolavori come Mind game prescindono del tutto dalla trama per il piacere di un pubblico più esigente, ma è bello vedere che anche il vecchio occidente non è del tutto schiavo di quella stupida forma di fantasia chiamata fantasy, dove si spaccia per creatività un elenco di spiegazioni a fatti/eventi/poteri altrimenti privi di senso.

La scena
La sequenza iniziale con il protagonista bambino e il montaggio che ce lo mostra crescere insieme alla sua amata compagna. Ho pianto come un vitello.

La frase
Russell: Sometimes, it's the boring stuff I remember the most.
E anche qui si piange.


Fat City
di John Huston

Un film del 1972, benedetto da una recitazione portentosa. La storia è semplicissima, e ricorda un po' quella di certi personaggi di Erskine Caldwell (non conoscete questo gigante della letteratura americana? Problemi vostri): la loro rogna non è dettata dalla malasorte né dalla loro mancanza di determinazione. In Fat City la rogna è semplicemente la regola. Billy Tully (Stacy Keach) è un pugile fuori dal giro che tira a campare. Un giorno torna in palestra e si imbatte nel giovane Ernie (Jeff Bridges). In lui Billy vede la stoffa di un campione in erba, ma presto il suo intuito si rivelerà una mezza fregatura. Sull'onda dell'entusiasmo di Ernie anche Billy torna sul ring. Vince, ma essersi rimesso in piedi gli è costata troppa fatica, uno sforzo che il guadagno del primo incontro non basta a ripagare. La trama è di una pulizia esemplare e la recitazione è davvero impressionante. In particolare quella di Stacy Keach (misurato e complesso) e della sua compagna sbronza Oma (Suzan Tyrrell, che per questo ruolo si beccehrà una nomination all'Oscar).

La scena
Billy si è ripulito, ma Oma è sempre un'ubriacona persa. Lui per tirarla fuori dal letto le prepara una cena fra le più squallide e nevrotiche della storia del cinema. Incredibile la capacità di Keach di non cascare nel grottesco o nell'istrionismo del peggior De Niro.

La frase
Billy a Ernie, verso il finale del film: Don't go away... stick around.


District 9
di Neill Blomkamp

Lo attendevo da tempo. Un'idea geniale, già alla base del corto di Blomkamp che aveva destato l'attenzione di Peter Jackson (che del film è produttore). Vent'anni fa un'enorme nave aliena si è fermata nel cielo di Johannesburg. A bordo non ci sono alieni gentili e onniscenti come quelli di Spielberg, ma degli orrendi gamberoni che stanno morendo di fame nei loro escrementi. Il governo sudafricano è sotto l'occhio di tutto il mondo: si deve dare una sistemazione a questi disgraziati dell'oltrespazio. Vent'anni dopo quello che doveva essere un centro d'accoglienza provvisorio (il Distretto 9 del titolo) è diventato uno sconfinato slum, dove gli alieni (i "prawns", come li chiamano tutti) vivono in condizioni pietose. Un giorno l'agenzia che si occupa di gestire i rapporti con la minoranza aliena decide di trasferirli in un nuovo campo profughi: per farlo è però necessario rispettare le regole e presentare agli alieni un regolare avviso di sfratto da far loro firmare. Per condurre le operazioni, oltre a un cazzutissimo gruppo armato, viene chiamato un piccolo burocrate, Wikus Van De Merwe. Mi fermo qui con la trama. Ci sarebbero un bel po' di piccole osservazioni da fare. Il film si apre con uno splendido taglio documentaristico che sparisce molto in fretta (e questo lo possiamo capire) per lasciare il passo ai meccanismi di un action movie molto tradizionale (e anche questo lo possiamo capire) e chiudere con un finale alla Spielberg (e questo lo capiamo meno). Poi ci sarebbero un paio di buchi nella sceneggiatura che fanno fatica ad essere digeriti, ma resta il fatto che District 9 è un esperimento incoraggiante.

La scena
Qualsiasi inquadratura dell'astronave nel cielo di Joahnnesburg. Un'immagine portentosa.

La frase
Wikus: Get your fokkin' tentacle out of my face!


Milk
di Gus Van Sant

Non amo Van Sant e non amo i bio-pic, soprattutto quando sono precisini e compassati come questo. Ma non resisto alle storie di militanza politica. Non posso farci niente. Mi emoziono anche davanti a ritratti agiografici come quello proposto da Van Sant. Comunque, il film non è nulla di sorprendente e non aiuta un granché a capire cosa è successo nella San Francisco di quegli anni. Ma la recitazione di Sean Penn e di James Franco è semplicemente splendida. Penn riesce a dar vita anche al debolissimo espediente narrativo ideato da Van Sant per tenere insieme la storia: Milk seduto in cucina registra un diario al magnetofono che è la traccia di tutto il film. Ripeto, niente di che, ma Penn è gigantesco.

La frase
Dan White: Society can't exist without the family.
Harvey Milk: We're not against that.
Dan White: Can two men reproduce?
Harvey Milk
: No, but God knows we keep trying.

La scena
La morte di Milk. Il gesto e il "No" di Penn davanti alla pistola sono fra le cose più vere che abbia visto di recente.


Gonzo
di Alex Gibney

Se non sapete nulla di Hunter S. Thompson, sono problemi vostri. Se non avete letto Fear and loathing in Las Vegas e non avete visto il film omonimo che Gilliam ne ha ricavato, andatevi a leggere almeno la sua pagina su wikipedia.
Il documentario ricostruisce la vita di questo giornalista/situazionista/santone/fattone/armaiolo. O meglio, ricostruisce quella abbondante fetta di vita che Thompson condusse davanti alle telecamere o fece finire sui giornali. Diciamo subito che il film parte molto male. I primi anni di vita di Thompson e la sua formazione di scrittore sono un buco nero e tali continuano a essere. La presenza va-e-vieni di Johnny Depp (grande amico e ammiratore di Thompson) come narratore ha un senso puramente commerciale (che capiamo in pieno). La storia si fa interessante oltre le metà del film, quando la mole di notizie e filmati d'archivio su Thompson è talmente ricca da permettere anche a un regista modesto come Gibney di fare un montaggino divertente. A venir fuori è più che altro il Thompson politico (e questo mi va benissimo). Chi cerca il Thompson lisergico cascherà molto male.
A farla breve, la prima ora del documentario è letteralmente da buttar via. La seconda va bene solo perché risolleva le sorti di un "coso" davvero bruttino.

La scena
Hunter S. Thompson che descrive, molti anni prima della sua morte, i dettagli del suo funerale. Dettagli che sono stati presi alla lettera.

La frase
Ce ne sono una montagna. Tutte prese dagli articoli di Thompson. Il contributo delle varie testimonianze raccolte da amici, parenti e conoscenti è pressoché pari a zero. Forse le uniche cose interessanti le racconta McGovern.


Battlestar Galactica: The Plan
di Edward James Olmos

Avvertenza: Se non avete mai visto Battlestar Galactica, è inutile leggere quello che segue.
Dopo il non entusiasmante Razor, lo staff di Battlestar Galactica ritenta la strada del film. Se la prima volta si era tentato di fare qualcosa che fosse di complemento alla serie tv, ma godibile anche per chi non ne aveva mai vista una puntata, stavolta si è pensato di fare un regalo ai tanti fan rimasti a digiuno dopo il finale. The Plan è in pratica la storia delle prime due stagioni, raccontata dal punto di vista dei Cylon. Visivamente il film non offre molto (esclusa una goffa insistenza sulle scene di sesso e di nudo, quasi assenti nell'originale), ma a mio parere rappresenta un ottimo modo di raschiare il barile di una delle più belle serie televisive mai viste. In effetti sul fondo di questo barile di ciccia ne era rimasta e The Plan lo dimostra in pieno. Le riflessioni di Numero Uno (un grandioso Dean Stockwell) sulla natura del bene e del male e sul processo di ibridazione "morale" fra razza umana e Cylon sono grandi pezzi di teatro.

La scena
Le due versioni di Numero Uno si incontrano sul Galactica davanti agli occhi dell'equipaggio.

La frase
Numero Uno: Friends are dangerous things.

15 luglio, 2008

Visti per voi (perché fuori piove)

Solito weekend milanese: un'intera settimana di afa che si chiude con due giorni di maltempo. Non resta quindi che chiudersi in casa e guardare film su film.


Incident at Loch Ness
di Zak Penn

Ottimo mockumentary. Herzog vuole girare un film sul mito di Nessie e sul nostro bisogno di credere in un mostro immaginario. Il suo produttore (Zak Penn) decide però di sfruttare la credibilità del regista per confezionare una bufala: siparietti di pseudo-scienziate in bikini e una serie di falsi (quanto penosi) avvistamenti. La situazione però sfugge di mano. Il trailer è assolutamente da vedere.

La scena
Zak Penn (nella foto) minaccia Herzog con una pistola, così come si racconta abbia fatto lo stesso Herzog con Kinski durante le riprese di Fitzcarraldo. Peccato che la pistola sia solo una flare gun, una pistola per lanciare razzi di segnalazione. Herzog lo ammonisce impassibile, quasi paterno: "Why don't you take a good look. It's just a flare gun. And it isn't even loaded".

La frase
(Se non capite la battuta, problemi vostri)
Penn: "Be', almeno non stiamo issando la nave su una collina...".
Herzog: "Cosa hai detto?".
Penn: "Uh... Niente".


Jabberwocky
di Terry Gilliam

Primo a solo di Gilliam alla regia di un lungometraggio. Sulle rime dell'omonimo poemetto nonsense di Carroll, il buon Terry ha plasmato la sua personale idea di cinema: il carrozzone urlante di una compagnia di giro, lanciato in fiamme lungo una scarpata. Se non fosse che ci sono i colori e il sonoro, quello di Gilliam sarebbe precinema puro. Jabberwocky è fracassone, bruegeliano e superidiota, proprio come il suo protagonista Dennis, un dolcissimo e inerme Michael Palin. Bello insomma, anche se il capolavoro non era ancora arrivato.

La scena
Dennis è al capezzale del padre, che gli urla contro quanto lo abbia odiato tutta la vita. Il tutto davanti a una folla molto poco discreta.

La frase
Padre: "E' una vita che volevo dirti quanto ti odio! Tu rappresenti quanto di più ignobile il mondo possa concepire".
Dennis: "Temo stia delirando".
Qualcuno dalla folla: "Non mi pare".



Shock Corridor
di Samuel Fuller

Johnny Barrett è un giovane giornalista che decide di farsi internare in un manicomio per scoprire il responsabile di un omicidio. Istruito dal dottor Fong, Johnny riesce a fingersi pazzo. Ma una volta entrato in contatto con i pazzi veri, la mente del giornalista comincia a subire traumi sempre più dirompenti. La trama noir è molto bella, ma non è nulla in confronto alla galleria di personaggi che Johnny incontra. Tutte le fobie della guerra fredda, viste dall'occhio di un maestro.

La scena
Questa.
E pensare che ancora oggi Fuller è considerato un regista di serie B.

La frase

(Johnny e il dottor Fong stanno simulando una seduta psicanalitica)
Johnny: "Io le toccavo le trecce".
Dr. Fong: "Le tirava".
Johnny: "Sì, le tiravo... e allora? Pensa che io sia un feticista?".
Dr. Fong: "No! No! Andiamo, Johnny! Lascia che siano loro a dire quella parola!".



Kundun

di Martin Scorsese

La storia dell'attuale Dalai Lama, dall'infanzia alla fuga in India. Il film non è niente di eccezionale, anche se - serve dirlo? - Scorsese ha un mestieraccio e le due ore passano in fretta. Alcune belle sequenze, ma nulla di memorabile. L'attore che interpreta il Dalai Lama adulto è una bietola. Le musiche di Glass (se avete già visto Koyaanisqatsi) suonano sempre piuttosto trite, ma fanno il loro porco lavoro.

La scena
I preparativi per la fuga del Dalai Lama nei minuti finali. La trovate qui.

La frase

(Coprendosi gli occhi prima di partire per l'esilio)
Dalai Lama: "Prevedo un buon viaggio. Prevedo un buon ritorno".