Visualizzazione post con etichetta pasquale la forgia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pasquale la forgia. Mostra tutti i post

04 gennaio, 2012

Comprami


Nel numero 12 del Male (in edicola da giovedì 4 gennaio) trovi una mia storia di due pagine con colori fotonici e facce di cazzo impagabili come quelle qui sopra, che ti regalo in anteprima.
Se non mi compri sei pazzo.
Che poi in questo numero c'è pure Roberto La Forgia (cioè mio fratello), Francesco Cattani, Ciaci El Kinder e il monumentale Vincino. Se sei uno di quelli che "Vincino è fascista perché disegna sul Foglio", sei pazzo. Vabbe', poi c'è anche Makkox e se ti piace Makkox non è colpa mia.


Nel nuovo numero di Pool invece trovi un mio pezzo su Arrested Development. Se non sai di che si tratta, sei pazzo. Nel numero precedente parlavo di Louie. Se non l'hai mai visto, come sopra. Pool lo trovi in giro a gratis, quindi in pratica ti sto facendo un favore.


In questo numero poi c'è anche Paolo Interdonato* che presenta un'anticipazione dell'edizione italiana di The Little Man di Chester Brown. Se non l'hai mai sentito nominare (Chester Brown, non Paolo), sei pazzo.

*In realtà Paolo su Pool c'è quasi sempre. In questo numero c'è addirittura due volte, perché lui scrive anche cadendo dalle scale.

26 dicembre, 2010

Regali in ritardo e non richiesti








Un po' di roba sparsa disegnata ieri notte. Cliccateci sopra per ingrandire. Ci si risente con l'anno nuovo.

01 dicembre, 2010

Piovono supereroi


Quando ero piccolo girava una storiella. Gli adulti la usavano per spaventare i bambini e faceva così. Un piccolo fan di Superman riceve a carnevale il costume del suo eroe preferito. Lo indossa e, convinto di essere in tutto e per tutto come Superman, si tuffa dal balcone e si spetascia al suolo. Ora, una persona con un minimo di logica ti farebbe presente che se credi di poter volare dovresti provare a decollare da terra prima di lanciarti nel vuoto, ma questa è un'altra storia.
Quello che mi ha fatto ripensare a questa storiella spaventapasseri è il commento che il ministro Rotondi ha rilasciato oggi. Giudicando il modo in cui i giornali hanno parlato del suicidio Monicelli, il ministro ha detto:

Temo che si trasmetta un messaggio non di carità ma di ammiccamento alle scelte assolutamente non esemplari, nel senso che non debbono essere un esempio. Procurarsi la morte e rifiutare i funerali non significa laicità, ma rifiuto del mistero della morte e penso all'impatto che tutto ciò ha sui giovanissimi.

Che vuol dire? Chi sono i giovanissimi? Orde di sedicenti Superman pronti a scavalcare i davanzali d'Italia? A chi parla Rotondi? Quali ragazzetti impressionabili crede di proteggere con il suo richiamo alla cautela? Che paese di babbei ha in mente uno che dice una cosa simile?
Il mio, immagino.
Peccato.
Mi lego il mantello e vi saluto.

15 novembre, 2010

Mille domande, una risposta

Ma tu non ce l'hai una foto dove guardi in camera e ridi e sei con un sacco di amici e siete tutti vestiti fighi in un locale bello e avete tutti un bicchierone di plastica in mano con dentro un cuba libre che sarà almeno il settimo guarda e le ragazze sono tutte truccate però di solito sono delle tipe a postissimo e semplici è solo che ogni tanto ci si mette un po' in tiro e i ragazzi invece sono più sciolti ma hanno le magliette in tinta con la playlist è che stasera è speciale che siamo andati a vedere un gruppo troppo avanti e abbiamo fatto i chilometri ma ne valeva la pena?
Ma tu non senti che a volte non è abbastanza?
Ma tu non credi che nella vita poi c'è sempre un momento magico?
Ma tu non vedi delle occasioni da prenderere al volo?
Ma tu non hai dei progetti che tipo ora non hai tempo ma magari un domani?

No.
Io sono qui che cazzeggio mentre aspetto di morire.
E mi va benissimo.

Disegno di Ernie Bushmiller

13 novembre, 2010

Letti per voi


Dopo aver splendidamente adattato Schnitzler, Manuele Fior torna con una storia tutta sua: un triangolo d'amore e amicizia che attraversa un lungo arco temporale e un altrettanto ampio spazio geografico. Il libro funziona, ma forse prende il passo troppo tardi. Un inizio dilatato e un bel finale. E' cosa nota che in queste pagine ci sia un bel po' di Rhomer (regista che non amo), ma mi ha fatto piacere trovarci anche un che di Scola. Non amo particolarmente questo regista, ma sono contento di trovare un autore italiano che dimostra grande e spontanea confidenza con le atmosfere del cinema italiano di quegli anni.
Inoltre nel finale (che avviene in un Italia di qualche decennio in avanti) spiccano un paio di gustosi dettagli futuribili. Un tocco di classe.
Giudizio: Bello.
Voto: 7/10



Ho letto delle critiche sul fatto che questo non è un reportage come quelli di Joe Sacco (zzzzzzzz...), ma a me queste disamine interessano poco. E' invece vero che in questo libro sarebbe stato meglio bilanciare meglio il rapporto fra il passato e il presente dell'Ucraina (che in questo libro appare poco). A dirla tutta avrei preferito che il presente fosse quasi cancellato dalla storia.
Superate queste puntualizzazioni, resta il fatto che Igort ha messo in piedi il suo libro più bello, un lavoro che in certi momenti è di potenza indiscutibile (la storia dell'uomo a quattro zampe è splendida). Come al solito il disegno e la colorazione sono di eleganza rara e passano da un registro all'altro con esemplare competenza e senza strappi.
Un tratto nero e informe per la Storia maiuscola.
Uno realistico e acquerellato per i piccoli ritratti dei protagonisti.
Uno burattinato per raccontare le loro minuscole storie.
Giudizio: Molto buono.
Voto: 8/10



L'ho già detto e scritto altrove. Per me Giacomo Nanni è il più grande autore italiano vivente. Punto. Non nel senso che è più bravo a disegnare o a scrivere rispetto ad altri. Queste sono classificazioni e distinzioni che per me (soprattutto nel fumetto) non hanno senso. Per me Giacomo è un autore fatto e poco importa valutare il suo percorso libro per libro. Ormai la sua opera c'è già e a noi lettori spetta il compito di affrontarla. E con opera non mi riferisco a un titolo in particolare, ma a qualsiasi cosa lui abbia pubblicato e avrà intenzione di dare alle stampe. Poi potrei star qui ad annoiarvi su un paio di momenti in cui credo che la narrazione si inceppi, ma questo non ha importanza. L'autore c'è, l'opera pure. Il resto sarà la vita a deciderlo.
Giudizio e Voto: Da studiare.


Alessandro Tota, Yeti

Yeti è un libro disegnato molto bene. Si legge e - cosa rara - si sfoglia con piacere. Infatti non è necessario prestargli troppa attenzione, lo si apprezza anche con una lettura distratta. C'è chi ha sottolineato l'aspetto ricattatorio della pacioccosità del suo protagonista - un pupazzone rosa vittima di un mondo infame -, della serie "se non ti piaccio è perché sei una merda". A mio parere è un'osservazione sensata, ma che non tiene conto di una cosa. Tota è al suo esordio in solitaria e in quasi tutta la sua produzione precedente ha messo se stesso al centro delle sue storie. Qui non è da meno. Ovviamente Yeti non è altro che una componente del carattere dell'autore, e del resto anche i personaggi di Caterina, Volker e Alessandro lo sono. Per un autore così legato all'autobiografia è difficile creare una storia che lo escluda dalla narrazione. Ecco quindi un personaggio "paraurti", secondario eppure indispensabile per lo svolgimento della storia. In gergo teatrale si chiama "tinca". Yeti, contrariamente a quello che il 99 per cento dei suoi recensori hanno scritto, non è un personaggio né un protagonista, ma solo un titolo. La storia è quella cosa che succede quando lui non c'è. Con buona pace di chi non lo vuol capire.
Giudizio: Diamogli tempo.
Voto: 7-/10

11 novembre, 2010

Il sesso degli altri

Non è un buon segno quando la tv comincia a dichiararsi portatrice di progresso. Di solito questo accade quando un programma televisivo si arroga il merito di aver "infranto un tabù", spesso legato alla visione del corpo o comunque di natura sessuale. In questi casi si assiste a un paradosso piuttosto evidente. La tv, che è freno inibitore per eccellenza e motore del conformismo più tranquillizzante, finge di essere dalla parte dei suoi detrattori. Ecco che allora i talk show pomeridiani, quelli che parlano alla "gente comune", si popolano di spogliarelliste, di prostitute, di persone che per una ragione qualsiasi hanno una patente di promiscuità. Ovviamente nessuno di loro è lì per essere liberamente quello che è: la presenza del pubblico in studio lo impedisce a priori. E' proprio il pubblico ad assicurare che il tabù di turno non venga infranto. Non tocca certo al conduttore o alla conduttrice biasimare il comportamento perverso dell'ospite. Per quello c'è il pubblico: quello stesso pubblico che dovrebbe ringraziare la tv per aver infranto i tabù che lui stesso vuole conservare intatti. 
Dietro la proliferazione di storie a luci rosse nella tv generalista non c'è nessuna evoluzione della morale sessuale degli italiani. E' solo per esigenze di palinsesto che all'improvviso la tv italiana - soprattutto quella del pomeriggio - ha cominciato a popolarsi di omosessuali (uomini e donne), transessuali e travestiti. E' ridicolo pensare che improvvisamente queste persone non siano più considerate dalla tv dei diversi o - peggio ancora - dei deviati. E' accaduto, molto più semplicemente, che la tv del pomeriggio (quella che coltiva le audience più fedeli e nutrite, ma che è fatta all'insegna del risparmio) si è accorta che le storie che essa stessa e il suo pubblico considerano di devianza sessuale tirano molto e costano poco. Mette tristezza pensare che un paese come il nostro si ritenga evoluto (o anche solo migliorato) dal momento in cui ha dato in tv libera cittadinanza a omosessuali dichiarati. Non c'è stata nessuna evoluzione né tantomeno un miglioramento. Continuiamo a essere un paese razzista e castrato, dove una persona è definita in base alla sua caratteristica che più ci irrita. Da noi un poliziotto omosessuale non sarà mai uno "sbirro di merda", ma sempre e soltanto un "cazzo di frocio".


Scott Pilgrim vs. The World

Un ottimo film. Semplice ed emozionante. E non lo dico perché questa roba mi ha fatto pensare alla mia adolescenza da videogiocatore rockettaro. Del resto non sono mai stato un grande appassionato di videogame e ancora oggi la musica dal vivo mi annoia (quasi sempre) a morte. E' vero che partivo con due pregiudizi positivi: il fumetto da cui il film è tratto è un'opera di grande interesse e alla macchina da presa c'è un professionista come pochi. Avere in locandina il nome di Edgar Wright è più che sufficiente per convincermi: Hot Fuzz e Shaun of the Dead sono e restano dei film più che buoni, ma stavolta il regista inglese ha trovato la sua storia, i soldi per realizzarla come meglio non avrebbe potuto e il cast (perfetto) per metterla in scena.
Mentre attendiamo fiduciosi il crollo dell'Occidente, abbiamo qualcosa di buono da guardare.

Ps: Ovviamente, da vedere in lingua originale. Come sempre.
Pps: I video del making of meritano una guardata. Almeno questo.

04 novembre, 2009

Visti per voi (ché il finesettimana è lungo)

Up
di Pete Docter e Bob Peterson

Con la Pixar non c'è più gusto. Ti bastano due minuti di trailer per capire che c'è un capolavoro in arrivo. A volte le aspettative sono leggermente deluse (Wall-E), a volte abbondantemente superate (Monsters & Co.). Stavolta il film è esattamente quello che ti aspetti. Ormai la Pixar è l'unica grande casa di animazione occidentale a usare il mezzo del cartone per quello che è. La Dreamworks - sua diretta concorrente - lavora in un'opposta direzione. Nelle sue mani il cartone animato si riduce sempre più agli schemi del peggior cinema per famiglie: trame piattissime, comicità piena di riferimenti all'attualità più becerona, parodie di blockbusters ancora in cartellone (i tre Shrek ne sono pieni).
In un film Pixar non troverete mai niente di tutto questo. Loro lavorano per produrre i classici di domani. Infatti Up ci regala una storia molto fantasiosa, che non perde tempo in spiegazioni e va dritta al cuore nel più schietto dei modi. Certo, non siamo ancora ai livelli dell'animazione orientale, dove capolavori come Mind game prescindono del tutto dalla trama per il piacere di un pubblico più esigente, ma è bello vedere che anche il vecchio occidente non è del tutto schiavo di quella stupida forma di fantasia chiamata fantasy, dove si spaccia per creatività un elenco di spiegazioni a fatti/eventi/poteri altrimenti privi di senso.

La scena
La sequenza iniziale con il protagonista bambino e il montaggio che ce lo mostra crescere insieme alla sua amata compagna. Ho pianto come un vitello.

La frase
Russell: Sometimes, it's the boring stuff I remember the most.
E anche qui si piange.


Fat City
di John Huston

Un film del 1972, benedetto da una recitazione portentosa. La storia è semplicissima, e ricorda un po' quella di certi personaggi di Erskine Caldwell (non conoscete questo gigante della letteratura americana? Problemi vostri): la loro rogna non è dettata dalla malasorte né dalla loro mancanza di determinazione. In Fat City la rogna è semplicemente la regola. Billy Tully (Stacy Keach) è un pugile fuori dal giro che tira a campare. Un giorno torna in palestra e si imbatte nel giovane Ernie (Jeff Bridges). In lui Billy vede la stoffa di un campione in erba, ma presto il suo intuito si rivelerà una mezza fregatura. Sull'onda dell'entusiasmo di Ernie anche Billy torna sul ring. Vince, ma essersi rimesso in piedi gli è costata troppa fatica, uno sforzo che il guadagno del primo incontro non basta a ripagare. La trama è di una pulizia esemplare e la recitazione è davvero impressionante. In particolare quella di Stacy Keach (misurato e complesso) e della sua compagna sbronza Oma (Suzan Tyrrell, che per questo ruolo si beccehrà una nomination all'Oscar).

La scena
Billy si è ripulito, ma Oma è sempre un'ubriacona persa. Lui per tirarla fuori dal letto le prepara una cena fra le più squallide e nevrotiche della storia del cinema. Incredibile la capacità di Keach di non cascare nel grottesco o nell'istrionismo del peggior De Niro.

La frase
Billy a Ernie, verso il finale del film: Don't go away... stick around.


District 9
di Neill Blomkamp

Lo attendevo da tempo. Un'idea geniale, già alla base del corto di Blomkamp che aveva destato l'attenzione di Peter Jackson (che del film è produttore). Vent'anni fa un'enorme nave aliena si è fermata nel cielo di Johannesburg. A bordo non ci sono alieni gentili e onniscenti come quelli di Spielberg, ma degli orrendi gamberoni che stanno morendo di fame nei loro escrementi. Il governo sudafricano è sotto l'occhio di tutto il mondo: si deve dare una sistemazione a questi disgraziati dell'oltrespazio. Vent'anni dopo quello che doveva essere un centro d'accoglienza provvisorio (il Distretto 9 del titolo) è diventato uno sconfinato slum, dove gli alieni (i "prawns", come li chiamano tutti) vivono in condizioni pietose. Un giorno l'agenzia che si occupa di gestire i rapporti con la minoranza aliena decide di trasferirli in un nuovo campo profughi: per farlo è però necessario rispettare le regole e presentare agli alieni un regolare avviso di sfratto da far loro firmare. Per condurre le operazioni, oltre a un cazzutissimo gruppo armato, viene chiamato un piccolo burocrate, Wikus Van De Merwe. Mi fermo qui con la trama. Ci sarebbero un bel po' di piccole osservazioni da fare. Il film si apre con uno splendido taglio documentaristico che sparisce molto in fretta (e questo lo possiamo capire) per lasciare il passo ai meccanismi di un action movie molto tradizionale (e anche questo lo possiamo capire) e chiudere con un finale alla Spielberg (e questo lo capiamo meno). Poi ci sarebbero un paio di buchi nella sceneggiatura che fanno fatica ad essere digeriti, ma resta il fatto che District 9 è un esperimento incoraggiante.

La scena
Qualsiasi inquadratura dell'astronave nel cielo di Joahnnesburg. Un'immagine portentosa.

La frase
Wikus: Get your fokkin' tentacle out of my face!


Milk
di Gus Van Sant

Non amo Van Sant e non amo i bio-pic, soprattutto quando sono precisini e compassati come questo. Ma non resisto alle storie di militanza politica. Non posso farci niente. Mi emoziono anche davanti a ritratti agiografici come quello proposto da Van Sant. Comunque, il film non è nulla di sorprendente e non aiuta un granché a capire cosa è successo nella San Francisco di quegli anni. Ma la recitazione di Sean Penn e di James Franco è semplicemente splendida. Penn riesce a dar vita anche al debolissimo espediente narrativo ideato da Van Sant per tenere insieme la storia: Milk seduto in cucina registra un diario al magnetofono che è la traccia di tutto il film. Ripeto, niente di che, ma Penn è gigantesco.

La frase
Dan White: Society can't exist without the family.
Harvey Milk: We're not against that.
Dan White: Can two men reproduce?
Harvey Milk
: No, but God knows we keep trying.

La scena
La morte di Milk. Il gesto e il "No" di Penn davanti alla pistola sono fra le cose più vere che abbia visto di recente.


Gonzo
di Alex Gibney

Se non sapete nulla di Hunter S. Thompson, sono problemi vostri. Se non avete letto Fear and loathing in Las Vegas e non avete visto il film omonimo che Gilliam ne ha ricavato, andatevi a leggere almeno la sua pagina su wikipedia.
Il documentario ricostruisce la vita di questo giornalista/situazionista/santone/fattone/armaiolo. O meglio, ricostruisce quella abbondante fetta di vita che Thompson condusse davanti alle telecamere o fece finire sui giornali. Diciamo subito che il film parte molto male. I primi anni di vita di Thompson e la sua formazione di scrittore sono un buco nero e tali continuano a essere. La presenza va-e-vieni di Johnny Depp (grande amico e ammiratore di Thompson) come narratore ha un senso puramente commerciale (che capiamo in pieno). La storia si fa interessante oltre le metà del film, quando la mole di notizie e filmati d'archivio su Thompson è talmente ricca da permettere anche a un regista modesto come Gibney di fare un montaggino divertente. A venir fuori è più che altro il Thompson politico (e questo mi va benissimo). Chi cerca il Thompson lisergico cascherà molto male.
A farla breve, la prima ora del documentario è letteralmente da buttar via. La seconda va bene solo perché risolleva le sorti di un "coso" davvero bruttino.

La scena
Hunter S. Thompson che descrive, molti anni prima della sua morte, i dettagli del suo funerale. Dettagli che sono stati presi alla lettera.

La frase
Ce ne sono una montagna. Tutte prese dagli articoli di Thompson. Il contributo delle varie testimonianze raccolte da amici, parenti e conoscenti è pressoché pari a zero. Forse le uniche cose interessanti le racconta McGovern.


Battlestar Galactica: The Plan
di Edward James Olmos

Avvertenza: Se non avete mai visto Battlestar Galactica, è inutile leggere quello che segue.
Dopo il non entusiasmante Razor, lo staff di Battlestar Galactica ritenta la strada del film. Se la prima volta si era tentato di fare qualcosa che fosse di complemento alla serie tv, ma godibile anche per chi non ne aveva mai vista una puntata, stavolta si è pensato di fare un regalo ai tanti fan rimasti a digiuno dopo il finale. The Plan è in pratica la storia delle prime due stagioni, raccontata dal punto di vista dei Cylon. Visivamente il film non offre molto (esclusa una goffa insistenza sulle scene di sesso e di nudo, quasi assenti nell'originale), ma a mio parere rappresenta un ottimo modo di raschiare il barile di una delle più belle serie televisive mai viste. In effetti sul fondo di questo barile di ciccia ne era rimasta e The Plan lo dimostra in pieno. Le riflessioni di Numero Uno (un grandioso Dean Stockwell) sulla natura del bene e del male e sul processo di ibridazione "morale" fra razza umana e Cylon sono grandi pezzi di teatro.

La scena
Le due versioni di Numero Uno si incontrano sul Galactica davanti agli occhi dell'equipaggio.

La frase
Numero Uno: Friends are dangerous things.

03 settembre, 2009

Molestatore capo


Spulciavo la scheda Wikipedia su Dino Boffo (il direttore di "Avvenire") e guardate cosa ho trovato. Ho salvato la schermata perché immagino che fra poco si accorgeranno del contenuto della prima riga e cancelleranno tutto. Date un occhio anche voi.

10 giugno, 2009

La festa è finita

Si è chiusa ormai da un paio di settimane la stagione delle serie tv. Dovrò aspettare qualche mese per nuovi episodi di South Park, Dexter e Mad men. Mentre ci sarà da attendere fino al 2010 per sapere come continuano Party down e Breaking bad. Poi ci sono Eastbound & down, The Office e chissà cos'altro mi sto dimenticando di citare.
Qualche mese di pausa per le mie pupille, quindi. In attesa di tornare ad avere un sacco di lavoro da sbrigare sul mio divano, mi gusto le nove stagioni di Seinfeld, una serie anni Novanta che qui da noi non ha mai avuto grande seguito, ma che negli Usa è considerata semplicemente Lo Show Comico Per Antonomasia. Scrittura molto innovativa (nonostante le risate registrate) e recitazione di gran classe. Ogni tanto ci infilo anche una puntata della nuova serie animata di Mike Judge (quello di Beavis & Butt-head, per intenderci). Si intitola The Goode family ed è una presa in giro delle famigliole a impatto zero. Per ora niente di che, ma ogni astinenza forzata ha il suo metadone.

Se siete stati ingannati dal titolo e pensavate di trovare un commento sulle elezioni, avete dei problemi gravi. Per il semplice fatto che lì la festa non è mai iniziata.

05 giugno, 2009

Io Abuso, e tu?


Elezioni europee, che fare?
Semplice! Anche tu, come il nostro amato premier, sostieni l'abuso in tutte le sue forme.
Abuso d'ufficio, abuso di potere, abuso edilizio... ma, soprattutto, Abuso Beppe.
Abuso di nome, abuso di fatto.


Vota e fai votare
AUTONOMIA NUOVA DEMOCRATICA DI DESTRA POPOLARE LIBERTAS
ABUSATORI PER L'EUROPA

Cittadino, ora che sai cosa fare, non provare a sbagliare!
Sappiamo dove vivi.

Anche tu, su Facebook e sul tuo blog, sostieni Beppe Abuso. Garantisce Littlepills.

29 maggio, 2009

Stile

A volte Cattani tira fuori qualcosa dall'archivio. Sempre una gran classe.

27 maggio, 2009

Magre consolazioni di un perditempo ovvero Come me la racconto io

Ultimamente passo le mie serate a leggere e rileggere Vonnegut o a vedere e rivedere puntate di Curb your enthusiasm di Larry David. Poi un giorno, per puro caso, scopro che uno dei migliori registi di questa serie sta preparando un documentario sul grande Kurt.
Il documentario si chiama Kurt Vonnegut: American Made e dovrebbe uscire a breve.
Il regista è Robert B. Weide e il suo curriculum è di tutto rispetto. Se leggi la sua scheda su Imdb.com, ti accorgerai che questo documentario non è il suo primo incontro con Vonnegut.

Morale per tutti:
Prima o poi le cose che ami incrociano il loro cammino.
Morale per me:
Io non cazzeggio. Io creo relazioni intertestuali.

(Immagine: Phantasmagoria A View in Elephanta, Thomas Rowlandson)

22 maggio, 2009

Per voi giovani

Carissimi tutti,
la blogosfera* si arricchisce di due interessanti new entry.
La prima e - per quanto mi riguarda - la più attesa è quella del nuovo sito di Littlepills, la casa di produzione (cioé: tre persone) del momento. L'unica voce del cinema italiano vivente.**
Nel sito video vecchi e nuovi, aggiornamenti e una sezione riservata agli iscritti dove in anterima potrete buttare un occhio sui progetti più imbarazzanti.
La seconda - decisamente inaspettata - è quella di Sweet Salgari, il blog che Paolo Bacilieri ha deciso di dedicare alla lavorazione del suo prossimo libro. Ora, so che quasi tutti i miei pochi lettori sanno benissimo chi è Paolo Bacilieri. Per i pochi che restano, vi basti sapere questo: Bacilieri che apre un blog è sorprendente quanto vostra nonna che ordina vodka red bull.


* L'uso di questo termine è un lasciapassare per il colonnino blu di "Repubblica.it" e per il palinsesto pomeridiano di Italia 1.
** Ok, ci sono anche Bellocchio e Garrone. Ma tanto loro non si offendono.

30 aprile, 2009

Mi si legge in faccia - 1


"E quindi sto leggendo questo libro..."
"Cosa?"
"Il martirio dell'obeso di Henry Béraud."
"Che roba è?"
"Ma niente, me lo sono ritrovato in casa. E' un libriccino degli anni Venti."
"E com'è?"
"Per ora molto bello, mi piace. Non sapevo niente di questo Béraud e quindi sono andato a cercare qualche informazione su di lui..."
"E allora?"
"E allora viene fuori che era un estermista di destra, un po' anarcoide, mezzo antisemita, collaborazionista..."
"Be', sarà per quello che ti piace."
"..."
"No?"
"Sei la terza persona che mi dice la stessa cosa."
"Forse dovresti preoccuparti."

Madre notte


Appena finito Madre notte di Kurt Vonnegut. Più che un romanzo, un'altra lezione di sereno e spietato realismo. Il libro è raccontato in prima persona dal suo protagonista, Howard W. Campbell Jr.
Howard è stata la migliore spia americana fra le gerarchie naziste. Scrittore di mestiere e ottimo oratore, Howard divenne la voce ufficiale più amata e livorosa della propaganda radiofonica del Terzo Reich. Ecco cosa ricorda di sé, a vent'anni dalla fine della guerra.

Io, come speaker radiofonico, avevo sperato di essere soltanto ridicolo, ma viviamo in un mondo in cui essere ridicoli non è facile; ci sono troppi esseri umani che non vogliono ridere, che non riescono a pensare; vogliono soltanto credere, arrabbiarsi, odiare. Troppa gente aveva voluto credere in me.

Milioni di tedeschi avevano alimentato il loro odio antisemita, anticomunista e antiamericano ascoltando rapiti la voce di un uomo che non credeva a una sola delle sue parole. Non c'è molto altro da aggiungere. Del resto Vonnegut ci serve
la morale della storia fin dalle prime righe del libro: "Noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere".
Se devi leggere questo libro? Non sentirti obbligato a far nulla, ma se proprio vuoi esserti d'aiuto, facci un pensiero.
Buona vita.

28 gennaio, 2009

Non conosci Ricky Gervais?

E quindi non sai chi è Ricky Gervais? Male, male... Questo vuol dire che non sai cos'è The Office, che non hai mai sentito parlare di Extras, che non ti è capitato di vedere Animals e che non stai aspettando con la bava alla bocca i suoi nuovi progetti cinematografici dopo Ghost town.
Senti qua, facciamo così: io ti garantisco che Ricky Gervais è semplicemente il più grande comedian vivente (visto che lui è morto da un pezzo), tu ti fidi e vai a guardarti un po' di questi video, va bene? Poi magari vai anche sul suo sito per cercare qualche informazione in più.
Bada che è richiesto un discreto orecchio per l'inglese.

18 dicembre, 2008

Se non ce l'hai, sono guai

Ieri ho spedito MOSSO a un bel po' di persone. E' una rivista in pdf che faccio con Chiara Dattola, Paolo Interdonato e Roberto La Forgia. Dentro ci sono anche dei contributi di Marco Gottero, Fabian Negrin e Alessandro Tota che da soli giustificano la lettura. Quindi...

- Se hai ricevuto MOSSO e t'è sembrato cosa buona e giusta, fammelo sapere e mi farai felice.
- Se non hai ricevuto MOSSO e t'è ugualmente sembrato cosa buona e giusta, fammelo sapere e ti farò felice io. Inviandotene una copia.


Ovviamente, tutto a gratis.

Per richiedere o commentare MOSSO, scrivi a:
artistanchi@hotmail.com


15 dicembre, 2008

Dio esiste. Ma di figa non ne capisce un cazzo

Secondo voi può morire una cosa così? No, vero? Qualsiasi essere onnipotente con un minimo di coscienza farebbe il possibile per non vederla mai impazzire, ritirarsi precocemente dalle scene, perdere gli anni migliori dietro a insulse credenze regligiose. Eppure questo sedicente dio, che a giorni tornerà a nascere nei vostri presepi, ha permesso tutto questo. Bettie Page ha perso la testa da giovane ed era ancora più che splendida quando, a soli 35 anni, si ritirò a vita privata per seguire non so quale stronzata religiosa. E' morta sabato. Aveva 85 anni.

Che dire: niente di cui stupirsi. Del resto giorni fa, lo stesso sedicente dio, s'era portato via anche uno che di donne (e di uomini) ne capiva come pochi al mondo. Ma dico io, caro il mio inesistente dio, tu che di figa ne capisci quanto Ken di Barbie, di cosa parlerai con Gérard?