26 agosto, 2006

oto(bio)grafie



















Ho sopportato a lungo; dalle colpe la pazienza è vinta:
vattene via dal mio cuore stremato, Amore disonesto!
Certo che mi son dato libero, son sfuggito alle catene,
e, quel di cui non mi vergognai, ora mi vergogno d’averlo sopportato.
Ho vinto, e ho sotto i piedi Amore domato:
alla fine mi son spuntate in testa corna di difesa.
Resisti con forza! Questo dolore ti sarà utile un giorno:
spesso ai malati uno sciroppo amaro porta conforto.
Ed io ho sopportato, tante volte respinto dalla tua porta,
di posare il corpo mio, non d’un servo, sulla dura terra?
Ed io per un non so chi che tra le braccia tenevi,
ho dormito davanti alla tua casa chiusa come uno schiavo?
Ho visto, quando esausto dalla porta usciva l’amante,
trascinando i lombi sfiniti dalle fatiche prestate.
Ma ciò conta meno del fatto che quello mi ha visto;
tocchi ai miei nemici una vergogna come questa!
Quando non son restato fermo con pazienza al tuo fianco,
sempre io la tua difesa, il tuo uomo, il tuo compagno?
Certo che per la mia compagnia piacevi anche alla gente:
il nostro amore fu per molti causa d’innamoramento.
Perché ricordare la bugie spudorate d’una lingua infida,
e gli spergiuri per farmi del male in nome degli dèi,
perché, i cenni silenziosi dei giovani alle feste,
e le parole che nei segnali convenuti erano nascoste?
Mi era stata detta malata: son corso come un matto;
sono arrivato, ma per il mio rivale non era malata.
Questo, e altro che non dico, sono arrivato a sopportare:
cerca un altro che al mio posto sia disposto a soffrire.
Ormai la mia poppa, adorna di una corona votiva,
ascolta al sicuro il gonfiarsi delle acque del mare.
Non sprecare parole di lusinga, efficaci una volta:
ora non son più stolto come son stato in precedenza.
Lottano e spingono agli opposti il mio cuore leggero,
qui l’amore, qui l’odio; ma a vincere, credo, è l’amore.
Odierò se riuscirò, se no, sarà amore controvoglia:
nemmeno il toro ama il giogo; lo odia, e tuttavia lo ha.
Sfuggo la perversione, dalla fuga la bellezza mi richiama;
mi ripugnano i vizi del carattere, il suo corpo lo amo.
Così io né con te, né senza di te riesco a vivere
e mi sembra di non essere padrone del mio volere.
Vorrei che tu fossi meno bella, oppure meno ingiusta:
un aspetto così avvenente non fa per costumi malvagi.
I fatti meritano l’odio, il tuo volto chiama l’amore:
me infelice!, quest’ultimo è più forte delle sue colpe.
Abbi pietà, per il vincolo del letto che ci unisce,
per tutti gli dèi che spesso da te si lasciano ingannare,
e per il tuo volto, che per me è come un nume divino,
e per i tuoi occhi, che i miei occhi hanno rapito.
Comunque sarai, sarai sempre mia; scegli soltanto
se vuoi che anch’io lo voglia, o ami costretto.
Spieghiamo piuttosto le vele e lasciamoci andare al vento
per volerla: se non lo volessi, sarei costretto ad amarla.


Non c’è, realmente, molto altro da chiosare o glossare: certi versi, per chi ha orecchie, gridano così forte da lacerare i timpani del cuore.
Siamo fra gli Amores ovidiani, precisamente alla dodicesima elegia dell’ultimo libro, il terzo. Oramai, Ovidio ha già ampiamente illustrato tutte le situazioni – al limite del picaresco – nelle quali possono trovarsi gli amanti dell’antichità. Per giunta, anche l’erudizione della casistica mitologica comincia ora a lasciare il passo a una più veritiera cinetica della coppia – il che, per la verità, accade più volte anche nel primo libro.
La questione è che in Ovidio, sublime maestro della mimesis poetica, una tale spoliazione non è mai totale (per capire a cosa mi riferisco, si potrebbe vedere la nuovissima edizione delle Metamorfosi, volume I, a cura di Alessandro Barchiesi, Mondadori/Fondazione Valla; a tutti gli effetti, un grandioso progetto testuale).
L’elegia riportata è tratta da Ovidio, Amores, a cura di Fabio Varieschi, Mondadori, 1994, pp. 137-9.

(Immagine: Reflection, Lucien Freud)

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