27 agosto, 2006

I bambini - 1

Jill Greenberg è una fotografa americana. Niente di particolare. La sua rappresentazione del corpo femminile è da rivista. Quella del lusso ricorda LaChapelle. Le sue foto per le copertine di varie riviste Usa sono improntate a un iperrealismo un po' datato, ma pur sempre d'effetto. Non sono mai particolarmente geniali, e quando cercano d'essere ironiche, non fanno altro che ricalcare gli stilemi di Rockwell. Ma allora perché parlarne?
Perché questa signora ha avuto la felice idea di rubare le caramelle ai bambini. Letteralmente. Per realizzare questa serie di fotografie, ha dato a dei bimbetti un lecca-lecca per strapparglielo di mano un minuto dopo.
Cosa c'è di tanto orrendo in questo? Per me, nulla. Per altri si tratta invece di una rischiosa deriva violenta e immoralista. Inutile dire che quello della Greenberg non è il primo né l'ultimo caso del genere. Qui a Milano in molti ricorderanno la bufera e la fine ridicola che marchiarono l'opera di Cattelan: dei bambini impiccati, esposti in piazza XXIV maggio. Anche in quella occasione molto e molto male si scrisse. Si attaccava l'artista per la furbesca provocatorietà del gesto o lo si difendeva in nome di un certo statuto di irresponsabilità illimitata che spetterebbe di diritto all'arte e a i suoi interpreti. Nessuno si sognò di scrivere che magari si doveva difendere Cattelan, o meglio l'opera, perché di bambini se ne ammazzano a tonnellate ogni giorno e che quindi il diritto a non vedere o - peggio - il divieto di rappresentare sono solo delle cosette che ci raccontiamo per star sereni.
Oddio. Proprio nessuno no. Fra i misconosciuti opinionisti c'era mio fratello Roberto (cosa non è il richiamo del sangue!) che, in un suo post in seguito alla strage in Ossezia, scriveva: "Adesso tutti dovranno spiegare ai propri figli come mai un gruppo di terroristi potrebbe entrare nella scuola e ucciderli. Ricordate i bambini impiccati di Cattelan? [...] Cattelan non è certo un veggente ma in qualche modo ha capito un po’ prima di tutti cosa succede. Ed è stato abbastanza generoso a volercelo spiegare senza mezzi termini. Se si fosse discusso di quei bambini impiccati con meno faciloneria, molti sarebbero arrivati a formulare una bozza della risposta da dare ai propri figli. Non è molto ma è già qualcosa".
Detta in due parole, non possiamo chiederci di tener fuori i bambini dal mondo della sofferenza, né impedirci di rappresentare il loro dolore. E questo non perché perderemmo un sacco di passati e futuri capolavori, ma perché tutto quello che esiste non può esimersi dalla necessità di essere sapientemente rappresentato. Starà poi a noi scegliere di guardare. O di tirar dritto.

Io mi fermo qui, ma mi piacerebbe molto che voi lettori e autori del blog continuaste, postando o commentando, questa riflessione. So già che qualcuno di voi ha molto da dire in proposito.

(Immagine: fotografia di Jill Greenberg)

5 commenti:

andrea barbieri ha detto...

Uhm, credo che i bambini di Cattelan non mi convincano molto. In realtà quella di Roberto - che i bambini appesi siano utili perché danno lo spunto per trasformare simbolicamente i massacri reali (oramai quotidiani) - è un'ipotesi intelligente, ma in quanto ipotesi bisognerebbe metterla alla prova. Davvero si potrebbe condurre un bambino davanti alla scultura di Cattelan e inventare una narrazione che trasformi l'orrore in qualcosa di lontano e al limite anche di bello proprio come nelle fiabe? Così, su due piedi a me verrebbe da pensare di no, che le fiabe sono più complesse della scultura di Cattelan. Pigliamo "Le avventure di Pinocchio", quelle sì costruiscono qualcosa dentro la testa (il cuore) di un adulto e di un bambino. Costruiscono un fossato pieno d'acqua: è più difficile danneggiare la testa di una persona abitata da Pinocchio perché è una testa fortificata dalle armi dell'immaginazione, del simbolico. La bambina Natascha Kampusch segregata per otto anni in un garage pare si sia salvata mentalmente evadendo attraverso la lettura e l'immaginazione. Quali letture possono diventare una via di fuga per una bambina di dieci anni coinvolta in tanto orrore? A mio parere non cose iperrealistiche ma parole delicate, fantastiche, belle.
Mi pare che tutto questo manchi a quel lavoro di Cattelan.
Ma forse sbaglio.

Pasquale La Forgia ha detto...

molto bene. direi un ottimo inizio. non volevo tirare in ballo io la ragazzina austriaca, perché credo meriti un post a parte. io non riesco a immaginare una prigionia di quel genere protratta in un tranquillo sobborgo per ben otto anni. comunque, a proposito di cattelan. il discorso di roberto e mio non è tanto di sotegno e magnificazione dell'opera di cattelan. non credo che un bambino capirebbe granché vedendo un suo sosia in lattice penzolare dal ramo di un albero. il vero punto dolente è il fatto che di bambini non si può parlare se non a natale o in proposito di violenza nei cartoni animati. l'opera di cattelan ha dimostrato nella sua ricaduta pubblica la totale impreparazione degli opinion makers del nostro paese. nessuno è stato in grado di usare quell'opera - contestabile e contestata - come quello che dovrebbe essere, ossia un "pretesto". un pretesto per parlare di altro, per sfondare una chiusura che è del tutto concettosa e sovrastrutturale, ovvero la presunta - e ahinoi del tutto illusoria - "alienità dei bambini": i bambini non sono uomini, non fanno parte di questo mondo, pertanto a loro non capitano né possono capitare le brutture di questo mondo.
credo che l'opera di cattelan fosse più che adatta a questo scopo.
ripeto. non volevo fissare un giudizio sull'opera di cattelan. quello su cui mi interesserebbe vedervi litigare (scherzo) è proprio questo concetto di fondo:
bambino non è uomo, bambino non è soggetto individuale
e quelle che sono le sue inevitabili ricadute:
bambino non può capire, bambino non agisce, bambino è irresponsabile, bambino non ha ruolo, bambino non decide, bambino è asessuato
mi sembrano questioni ingombranti. e molto delicate. ma non c'è ragione per schivarle. attendo i vostri sviluppi.

sergio ha detto...

non lo so, ma la questione, mi pare, non può restringersi alla figura del bambino: si allarga, illimitatamente, a macchia d'olio perché in gioco c'è la struttura stessa della società. certo, è ormai palese che fino ai 13/15 anni si viene trattati come "non ancora" uomini o donne, e in questo "non ancora" c'è tutta la più becera pedagogia occidentale che non ha fatto altro che castrare i bambini trattandoli come bipedi cerebrolesi da proteggere a tutti i costi (vedi le resitenze bigotte nei confronti di Cattelan e simili). Poi, magicamente e silenziosamente, i bambini diventano, o meglio li si ritiene esseri umani pronti a tutto - è anche vero che, nell'altro estremo, si può arrivare ad creare surreali prove per decidere se sono pronti ad accedere alla tribù dei "grandi". è questo spazio silente e non apertamente riconociuto che mi piacerebbe approfondire. quando - domanda banale - si diventa grandi? quando, cercando di salvare l'indispensabile prospettiva ludica di andrea, è possibile mettere un bambino davanti all'orrore e spiegarglielo? La società, lo stato e "la famiglia" contemporanee hanno, naturalmente in maniera convenzionale, scelto che la linea culturale di discrimine passa sul bordo, diciamo, dei 15 anni. però non è sempre stato così.
mi viene in mente un altro caso limite che ho sentito, e quindi forse è anche una bufala; però credo sia interessante, anche solo in linea teorica: in belgio, un gruppo che "sponsorizzava" la causa dei pedofili aveva avanzato una discussione di legge per abbassare l'età delle vittime di pedofilia. tali personaggi ritengono che ormai i "non ancora" uomo/donna di 15 anni siano, vista la stimolazione quotidiana, le prove e le capacità che la vita attuale esige loro, pronti a una degna vita sessuale con maggiorenni - sempre se consenzienti. Il punto è che, non esistendo niente di univocamente manifesto che attesti la crescita cognitiva del bambino, tanto vale crearsela ad uso e consumo dei propri scopi.
In un parlamento di pedofili, forse, non ci sarebbe un'età minima per essere portati a letto. Nel nostro parlamento cattolico e conservatore, invece, ci teniamo gli attuali standard. Questo pubblicamente, poi individualmente le cose sono diverse. Vedi per esempio il figlio di Woody Allen in Harry a pezzy, che, grazie all'educazione impartitagli sottobanco, disquisisce con il padre su dio e altre quisquiglie da niente, oltre che sulla imbarazzante posizione che si trova a vivere quando passa del tempo con i suoi coetanei.

Pasquale La Forgia ha detto...

sergio,
dai la stura a tutto sto materiale e svoltalo in un post. i commenti rischiano di precipitare ne vuoto e tu di roba da scrivere - direi - ne hai abbastanza.
a presto.

Anonimo ha detto...

Credo che il problema non risieda tanto nel chiedersi se sia opportuno spiegare o meno l’orrore ai bambini. Penso lo sia sempre fatto, dalla notte dei tempi, nelle favole (non tanto nelle fiabe) in modo tutt’altro che edulcorato. I vecchi saggi attorno al fuoco attraverso storie inventate (ma mica poi tanto) rivelavano le verità fondamentali della vita, della nascita, della morte, della guerra, del limite, della lotta…e attraverso queste i bambini (ma anche tutta la comunità in fondo) acquisivano i rudimenti per la vita che avrebbero affrontato. Sono convinta che ciò non avvenisse in ogni caso in modo tranquillo e pacificante. Immagino che spesso le storie intorno al fuoco fossero spaventose e terrificanti, niente a che vedere con i fratelli Grimm o mamma l’oca, insomma. La paura probabilmente era un ingrediente essenziale di questo “insegnamento”. Mi immagino che fosse un po’ la tecnica dei figli dei pescatori buttati in mare con violenza perché imparassero a nuotare.
Il paradosso è che in una società supersofisticata come la nostra, dove i giocattoli sono progettati da pedagoghi finlandesi, e dove dare una sberla a un figlio (quando è necessario) sembra diventato un reato da sedia elettrica, in realtà si proteggano i bambini dalle cose sbagliate e nel modo sbagliato. Sembra li si voglia preservare dalle cadute e dalle sbucciature alle ginocchia, dai cazzotti e dalle testate, dalla morte e dalla vita. Credo che non esistano argomenti di cui non si possa parlare con un bambino. Proprio perché un bambino è una persona, secondo me, a tutti gli effetti.
Anna