06 novembre, 2006

L'Uragano e il Temporale

Quando guardo le statue espressioniste del dopoguerra europeo, quelle in bronzo, quelle con uomini ridotti a scheletri con pezzi di bronzo appesi come brandelli di carne bruciata, quelle deformi, nere, quelle che hanno perso tutto e che vanno perdendo se stesse a piccoli pezzi, quando guardo quelle statue mi viene automatico immedesimarmici, immergermi in quei corpi per sentire come si sta.
Il risultato è catartico, addirittura troppo perchè, naturalmente, le mie sofferenze, come immagino anche le tue, non valgono una briciola di quella che ha ridotto gli uomini e le donne di Germaine Richier in un dramma che si cimenta barcollante alla ricerca di una forma.
Gli uomini e le donne e le entità antropomorfiche surreali della scultrice francese che visse tra il 1904 e il 1959 sono bucate, il loro corpo è deficiente, non sa costruirsi, non si organizza, punta alla vita senza alcuno scopo se non quello di non perderla.

Ma è tutta così la statuaria di Germaine Richier?
No, altrimenti non sarei qui a parlartene.

È nella stanza dell’Orage (il Temporale) e dell’Ouragane (l’Uragano) nella mostra di Venezia che sono stato colto dalla paura. Appena entrato, mi imbatto in una donna di bronzo un po’ più grande del normale. È in piedi, è nera e avanza verso me. È un essere adiposo, deforme, spaccato, rotto e grasso. Se non ci fossero stati quei cinque metri di distanza tra me e lei, l’impatto sarebbe stato troppo forte e molto probabilmente avrei fatto una smorfia di paura.
Più mi avvicino, più avverto il pericolo. Essere ad un passo dall’Uragano è terribilmente bello. C’è l’odore della paura, del rischio.

Di fronte a lei, il Temporale.
I due si fronteggiano. Mi sono sentito schiacciato dai due giganti.
Mi piace l’espressionismo quando non si piange addosso e crea una condizione emotiva molto schietta, che mi mette in gioco, dentro un recinto.
Mi piace perchè mi fa sentire vivo: il battito del cuore accelera, il respiro si affatica leggermente, l’impressione di essere schiacciato dai due giganti, la forza respingente che irradiano quando cerco di avvicinarmi a loro e l’essere colto dalla preoccupazione di fare meno rumore che nelle altre stanze e muovermi più lentamente.
Chi ha appeso in questa stanza gli schizzi di progettazione su carta dell’Uragano e del Temporale, non ha capito la potenza di queste due statue oppure si diverte a svelarne l’artificio geniale che ha concepito e organizzato il mio momento di paura.

Ma questo è un altro discorso. Quello di cui voglio parlarti è

GERMAINE RICHIER
Collezione Peggy Guggenheim
Venezia, Dorsoduro, 701
aperta fino al 5 febbraio 2007
dalle 10 alle 18 - chiuso il martedì
curatore: Luca Massimo Barbero
www.guggenheim-venice.it

9 commenti:

andrea barbieri ha detto...

Così, di sfuggita, con una bella perfidia, volevo far notare anche che le due statue pensate modellate fuse almeno cinquant'anni fa risultano di gusto contemporaneo: sembra il realismo della Saville.
Allora vorrà dire che ciò che oggi viene presentato come contemporaneo più che un risultato artistico è un'operazione commerciale.
Detto questo, il post di Roberto è davvero molto bello. E chi non si accatta il Black con la sua storia non dico che fa male, ma quasi... :-)

roberto la forgia ha detto...

ciao Andrea,

non mi piace jenny saville. in genere non guardo di buon occhio i pittori iperrealistici di oggi. mi sembrano tutti così presi dalla voglia di dimostrare che la pittura non è morta.
c'è una specie di resistenza artistica dietro ogni pennellata che mi sembra superflua pur considerando le varie condanne a morte che le si accollano di volta in volta.
preferisco chi dipinge senza dimostrare alcunchè riguardi il mezzo.

per black, non aggiungo altro. naturalmente sono d'accordo con te.

ciao

Pasquale La Forgia ha detto...

@ roberto:
non mi è ben chiaro questo tuo concetto del dipingere "senza mostrare alcun riguardo per il mezzo". spiegati meglio, così magari litighiamo un po' ;)
cmq, come ti ho già detto, il post è molto bello.

@ andrea:
ovviamente - nonostante nessuna relazione di parentela mi leghi a questo ignoto roberto la forgia - concordo con te e rilancio: chi non compra il numero otto di black gli possano scadere tutti gli yogurt... ehm, scusate, sono quasi le 2 di notte e non mi viene niente di più cattivo. sto invecchiando, lo so.

roberto la forgia ha detto...

ciao Ale,

senza allargare troppo la questione e rimanendo sempre nella pittura.
da quel che vedo, sia nella "grande" pittura (cioè quella dei professionisti" e quella della "piccola" (i giovani) sembra a volte che si dipinga solo per non far morire il mezzo.

sarà pure colpa dei giornali che leggono\scrivono il lavoro di questi pittori con questa chave.

io sono contro tutte le condanne a morte nell'arte e contro tutte le "lotte per la vita".

Frans Van der Groov ha detto...

Prima di tutto voglio ammettere due colpe:
1) non conoscevo questa artista
2) non sapevo che c'era questa mostra (e vivo a Venezia).
grazie quindi a roberto per la soffiata.
In secondo luogo -non so se è una colpa- a me jenny saville piace molto, soprattutto dopo che ho visto i suoi quadri dal vero.
Non so se tu, roberto, li hai visti ma il giudizio potrebbe cambiare radicalmente; io ho provato, più o meno, quello che hai descritto tu nel tuo post perchè i quadri sono ENORMI, sto parlando di dimensioni tipo 300x450 cm, e trovarseli di fronte è stata, per me una esperienza molto forte; considera poi che i quadri "sembrano” iperrealisti da lontano ma da vicino sono dei quadri astratti straordinari, grumi di colore alti 1 cm, tela grezza che si intravede, colature ecc.
Se proprio devo inventarmi una categoria forse direi iperrealismo espressionista, ma non è una questione di nomi, per me, quella è PITTURA ad altissimi livelli. Non mi pare che si possa attribuire alla saville l’atteggiamento di “accanimento terapeutico” nei confronti della pittura.
In linea generale, però, sono d’accordo con te che esiste questo atteggiamento ed è sicuramente determinato da chi ne scrive, da chi cura le mostre, da chi compra le opere (in poche parole da chi campa dentro quel SISTEMA) e agli artisti, soprattutto ai giovani, non resta che uniformarsi all’idea dell’uno o dell’altro.
Mi pare però che l’arte concettuale, soprattutto di un certo tipo, sia un cadavere ben più puzzolente, in decomposizione più avanzata rispetto alla pittura sia da un punto di vista storico che strettamente artistico; la pittura, la vita dei segni, trova mille strade per riemergere (illustrazione, fumetto, grafica)e trova al suo interno il proprio senso mentre l’arte concettuale può vivere solo in quel sistema, fuori da quello muore perché diventa insignificante, un contenitore vuoto, non ha più fiato.
Il sistema giustifica se stesso, fuori da quel sistema certe opere (molte) dal punto di vista estetico sono di una bruttezza disarmante e dal punto di vista concettuale –che dovrebbe essere il loro punto forte- sono ridicole, se confrontate con chi elabora davvero concetti sul mondo e sulle cose sembrano pensierini di bambini.
Certa arte concettuale (non tutta, non fraintendetemi) è solo lo scimmiottamento dell’orinatoio di Duchamp, quanto tempo ancora lo dovremo sopportare?

Frans Van der Groov ha detto...

dimenticavo,
ovviamente non sto difendendo la pittura in toto.
La produzione pittorica presente e passata è piena di "croste" spacciate per capolavori.
La questione fondamentale è che chi stabilisce le regole e la scala di valori nel SISTEMA dell'arte non si accorge, appunto che quei valori valgono solo lì dentro.
Un pittore come De Pisis non vale il mignolo di Carlos Nine, non parliamo poi di Cattelan (non ce l'ho fatta, mi ero ripromesso di non menzionarlo).

Pasquale La Forgia ha detto...

molto interessante. scusate l'assenza... datemi tempo e mi unisco anch'io!

roberto la forgia ha detto...

caro Frans,

potre ricredermi sulla Saville guardando le sue opere dal vero. potrei ricredermi su molte cose.
pobabilmente come sosteniamo entrambi, l'accnimento terapeutico sulla pittura diffuso tra i giovani pittori è dovuto proprio all'allarme cadavere in piedi promosso dai media.

le tue riflessioni sull'arte concettuale le condivido a pieno. mi prometto sempre di ricordarmi i nomi di questi artisti che fanno cose vacue per poter fare i nomi ma me li dimentico sempre tanto sono vacui.

c'è (senza ahimè indicare esempi) certamete una fortissima tendeza a fare arte restando "nei cazzi propri" cioè senza preoccuparsi minimamente di un pubblico che deve intercettare qualcosa.
qualcosa che sia "qualcosa" anche vacuo ma almeno divertente.

io la vedo in modo molto semplice. hai delle cose da dire? dimmele, ma non fare l'artista.
dille e basta.

Pasquale La Forgia ha detto...

ok, eccomi. non aggiungo argomenti, perché mi pare abbiate già raggiunto una certa sintesi sul confronto e quindi io non farei altro che allungare in brodo il vostro sapidissimo dado.
sposo in pieno l'espressione "accanimento terapeutico" (m'era venuta in mente già leggendo i primi commenti di roberto, ma frans m'ha preceduto in grande stile): capita spesso di vedere persone che fanno un male cane al proprio mestiere (evito accuratamente le parole "artisti" e "arte", milton glaser docet) impegnandosi a tenerlo artificiosamente in vita, certificandone così - neanche troppo implicitamente - la morte.

solo un pensierino anti-concettuale prima d'andare a dormire:
"niente di peggio di uno che fa l'artista prima ancora di fare arte".

cristo... ormai mi virgoletto da solo.

pasquale "citarsi addosso" la forgia